maschera osimhen carnevale 3

Siamo arrivati alla follia. Sì. Siamo arrivati alla follia. Il politicamente corretto non è diventato più solo un fenomeno (perché di tale si tratta) da denunciare pubblicamente, ma un male da estirpare e combattere alla radice, perché infonde paura, trasmette ansia. Quella di sbagliare. A parlare, a scrivere, a compiere qualsiasi comportamento. Come quello di travestirsi a Carnevale con la maschera di Osimhen, campione del Napoli. E’ l’idolo in casa partenopea, l’attaccante di punta, il più forte, il più rappresentativo. E quindi tanti bambini tifosi del Napoli vogliono imitarlo, travestendosi con la maglia azzurra, dipingendo la faccia di nero e in alcuni casi indossano anche la maschera protettiva al volto che ormai lo contraddistingue.

Dovrebbe essere recepito come un fatto bello, segno anche di una integrazione che a Napoli possono solo insegnare, considerando gli insulti – razzisti, quelli sì – che spesso ricevono, non ultimi ieri proprio in Germania. E invece no. Ci si scandalizza. Il vittimismo, l’ipocrisia e il falso perbenismo prendono nuovamente il sopravvento e, anziché combattere per temi delicati e su cui davvero servirebbe una svolta, si ha la capacità di controribaltare il pensiero, arrivando ad affermare che “travestirsi con la maschera di Carnevale di Osimhen è razzismo. Il “genio” che ha tirato fuori questa storia è la scrittrice nigeriana Sabrina Efionay, il cui post social è diventato virale: “Ogni volta che un giocatore nero eccelle in una squadra (in questo caso, il Napoli) ho sempre un’ansia tremenda per come si pensa che debba essere celebrato. Dalla solidarietà di Sorbillo a Koulibaly che si dipinse la faccia di nero, ai bambini che avete colorato di marrone in “onore” di Osimhen per Carnevale. Credetemi, non è per niente celebrativo. Fa proprio venire la pelle d’oca se pensate che sia solidale, divertente, una maschera o un sostegno al calciatore nigeriano”. Senza parole. Nient’altro da dire. Lei, nigeriana come Osimhen, anziché andare fiera e orgogliosa che un popolo italiano voglia emulare il proprio idolo, normalizzando la questione, si arrabbia e pratica l’ormai comune piaga del vittimismo.

Anzi, ha anche il coraggio di paragonare questo episodio al blackface, che non ha nulla a che fare. Intervistata dal Corriere.it, infatti, la donna rincara la dose: “la questione è legata alla blackface , la maschera utilizzata a teatro come sfottò nei riguardi degli africani, per enfatizzare aspetti somatici a mo’ di macchietta, come le labbra grandi, oppure nelle donne il seno prosperoso e i fianchi larghissimi, alla “mami” di Via col Vento . Sono tutti stereotipi che si fa ancora fatica a combattere. E non me la posso prendere certo con i bambini, ma provo rabbia e fastidio nel sentire gli adulti giustificare cose come questa, come se fossero i piccoli a decidere”. Davvero si pensa che un genitore napoletano voglia sfottere i neri così? Si può veramente pensare una roba del genere? Sono i napoletani le prime vittime di razzismo, già soltanto in Italia. Basti pensare alle polemiche ogni qualvolta la squadra azzurra va a giocare a Verona. O, come anticipato prima, basti pensare anche a quanto accaduto ieri, in Germania.

Il razzismo c’è ovunque, ahinoi, in ogni sua forma e in ogni luogo del mondo, dall’occidente sviluppato all’oriente asiatico. Va combattuto, senza dubbio, ma non con questi messaggi fuorvianti e vittimistici, i quali non fanno altro che storpiare i contenuti e distogliere l’attenzione dal vero problema. Ma il politicamente corretto, tutta questa voglia di apparire perfettini, costruiti, finti perbenisti, ha solo stancato e sta francamente compiendo danni enormi, creando una società di ipocriti, cattivi e falsi.